Intervento a “Preferirei di NO”, Magistratura Democratica, Nuovo Cinema Aquila, Roma, 12 marzo 2026
Provo a sintetizzare gli argomenti esposti tante volte in una campagna ricca di incontri.
Parto dall’ovvio: la riforma – una riforma approvata all’insegna del “credere, obbedire, approvare” (di matrice governativa, con un iter che ha visto susseguirsi in rapida successione, senza che fosse modificata una virgola, le quattro votazioni) – non è finalizzata a separare le carriere (la separazione di fatto è già realizzata con la rigida regolamentazione del passaggio tra funzioni giudicanti e requirenti ed è suscettibile, volendo, di ulteriori interventi con legge ordinaria), né tantomeno incide sui mali che affliggono la giustizia (dalla lunghezza dei processi agli errori giudiziari).
La riforma veicola un indebolimento della magistratura, ne intacca l’indipendenza.
Tre i punti essenziali, che rendono ineffettivo il riconoscimento della magistratura come ordine autonomo ed indipendente.
Primo. Lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura in giudicante e requirente: un frammentare e sottrarre competenze, per indebolire; ma anche un separare per asservire: penso alla probabile – non è scritto nel testo ma storia e dato comparato argomentano in tal senso – attrazione del pubblico ministero nella sfera di influenza dell’esecutivo, attraverso il legame con il ministro della giustizia, ma anche attraverso la connessione pubblico ministero, polizia, ministro dell’interno.
Un inciso: il diritto non è un qualcosa di asettico, non vive in una torre d’avorio, ma nella società e in un contesto e quest’ultimo oggi è segnato dalla concentrazione del potere.
Secondo. Il ricorso al sorteggio per la scelta dei membri, laici e togati: sorteggio che svilisce di per sé la figura del giudice e tende a rafforzare, date le modalità diverse (sorteggio mediato e sorteggio secco), i membri laici, e a rimetterli potenzialmente nelle mani del continuum maggioranza-Governo (ovvero del Governo).
Terzo. L’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, con il cambiamento della proporzione tra membri laici e togati e una composizione verticistica, con quanto ne consegue in tema di lesione dell’indipendenza, anche interna, tra i giudici (acuita dall’anomalo appello a se stessa, autoreferenziale).
Ora, minare l’indipendenza della magistratura, riguarda tutte e tutti.
Riguarda i diritti e la democrazia, come costituzionale e pluralista, ma anche come conflittuale e sociale. Un giudice indipendente può essere garante dell’espressione del conflitto, a partire dal conflitto sociale, e far valere i limiti nei confronti del potere economico, valorizzando il senso della Repubblica fondata sul lavoro e di una iniziativa economica che incontra limiti, indirizzi e controlli (ponendo un freno all’estrattivismo capitalista).
Ancora: il vulnus all’indipendenza si inserisce in una progressiva dissoluzione della separazione e dell’equilibrio dei poteri; pensiamo alla verticalizzazione del potere nel premierato in discussione ma ancor più nel premierato di fatto che già esiste (abuso dei decreti legge e della questione di fiducia, monocameralismo alternato, ovvero parlamento notarile ed esautorato).
La riforma è un tassello nel processo di neutralizzazione della Costituzione e di sterilizzazione della democrazia.
Si afferma un potere – politico ed economico – che pretende sempre più di agire senza limiti, che considera il limite del diritto una indebita invadenza e qui entra in gioco il fatto che la magistratura ha strutturalmente il compito di essere contro il potere: deve salvaguardare l’argine dei diritti dall’esondazione dell’arbitrio, pubblico e privato.
La magistratura è un potere scomodo per la politica che pretende di essere legibus soluta e per tutti coloro che non accettano vincoli, magari perché perseguono il profitto a discapito dei diritti dei lavoratori e della tutela dell’ambiente.
In prospettiva autoritaria, l’obiettivo è duplice: debellare le potenzialità dei giudici in termini di controllo e limite al potere, e assicurarsi i loro servigi in funzione repressiva.
Intendiamoci, già ora i giudici non di rado sono arruolati nella punizione del dissenso e dispensano una giustizia diseguale, classista, razzista e patriarcale; tuttavia, proprio i mali della giustizia rendono evidente la necessità di mantenere l’autonomia, in primis, rispetto al potere esecutivo, nonché l’opportunità di implementare una cultura della giurisdizione, comune a magistrati requirenti e inquirenti, che, anche grazie al pluralismo delle correnti (una ricchezza, al netto del correntismo), accresca la coerenza della magistratura nel perseguire il progetto costituzionale.
Al giudice garante dei diritti si vuole sostituire la figura del giudice oppressore, pronto ad eseguire leggi tiranniche, dalle norme che violano diritti in chiave razzista (esternalizzazione delle frontiere e demolizione del diritto di asilo) al diritto penale del nemico (dissenzienti, poveri e migranti) a quelle che demoliscono i diritti dei lavoratori, ad altre che sono in corso di approvazione (il disciplinamento di scuola e università, da ultimo con il disegno di legge antisemitismo).
Indebolire, squalificare e minare l’indipendenza della magistratura si riverbera, dunque, sull’intero sistema costituzionale. È un passo nel percorso di svuotamento della democrazia, divorata dall’interno dal virus dell’autoritarismo.
Votare no al referendum non è una difesa dei giudici dal sapore corporativo, o una scelta astratta, magari tecnica, ma riguarda il mantenimento dei presupposti che assicurano la garanzia dei diritti di tutte e tutti.
Nei disegni per il futuro vi è la figura di un giudice prono ai voleri del potere, pronto a perseguire i deboli e difendere i forti.
La riforma è un tassello nella costruzione di una forma che assomiglia sempre più ad un fascio-liberismo, un tecno-fascismo, un neoliberismo autoritario.
Votiamo no per un giudice che garantisca la sicurezza dal potere, non del potere.


