Libertà significa liberazione

Parole di Giustizia 2025 è dedicato alla libertà. Per la nuova associazione, che intende animare questo sito, questo luogo condiviso, non poteva esserci tema più impegnativo. Ci chiama a una sfida decisiva, tutta impressa nel titolo dantesco scelto per la manifestazione: un solo verso, il 71 del I Canto del Purgatorio, “libertà va cercando ch’è sì cara”, e poi tre puntini, che abbiamo intenzionalmente collocato di seguito, per sottolineare la terribile sospensione di quest’epoca.

Sappiamo che il nervo scoperto è nel passo successivo della Commedia: “come sa chi per lei vita rifiuta”.

Si può essere coraggiosi al punto da rinunciare alla vita per la libertà degli altri, come nella storia ha fatto chi ha versato sangue per rivoltarsi agli assolutismi. Come hanno fatto i partigiani, combattendo il nazifascimo per regalarci la Repubblica e una Costituzione dove, nero su bianco, è scritto che la “sovranità appartiene al popolo”, che ciascuno di noi è sovrano di sé stesso e del proprio corpo a patto di riconoscere la sovranità altrui.

Si può essere coraggiosi al punto di prendere il mare “sol con un legno”, mettere insieme una Flotilla disarmata che sembra uscita dalla penna di Cervantes e affrontare le armi israeliane per far capire al mondo che la terra dei palestinesi è diventata un campo di concentramento a cielo aperto e che in essa i suoi figli sono sterminati. Che i “mai più” non sono davvero tali se non si lotta perché lo siano.

Ecco, sta qui il punto. Libertà è liberazione. Libertà è liberarsi, un continuo togliersi le catene, un permanente “scatenarsi”.

Persino le fiabe ci insegnano che la libertà è lotta. Nel racconto di Daudet, la capretta del signor Séguin, stanca della corda del padrone, fugge sulla montagna e, al termine di un’eroica lotta, viene divorata dal lupo. Meglio la morte di una vita da schiavi, “come sa chi per lei vita rifiuta”.

L’ordine del mondo materiale, normativo, simbolico, oggi, sembra dirci il contrario. Ci rivela che la libertà ha cambiato segno, che a essa si associano significati che le sono estranei: non più liberazione dal bisogno, ma privilegio della ricchezza; non più rivolta di chi sta in basso, ma legittima oppressione dall’alto; non più diritto di prendere la parola, ma arbitrio di toglierla a piacimento, di cancellarla, metterla al bando; non più separazione dei poteri, ma concentrazione degli stessi. Gli Stati Uniti di Trump e le sue propaggini servili ci vorrebbero inculcare che libertà non è lotta contro la signoria, ma signoria di reprimere la lotta.

Cosa possono fare, le parole, in questo scenario?

Forse tanto, ed è per questo che non perdiamo l’entusiasmo di dirle, dirle assieme, dirne tante.

Torniamo alla fiaba, alla capretta del padrone Séguin. Nella Grammatica della fantasia, che è poi una grammatica della libertà, Gianni Rodari ci racconta che gli allievi di Mario Lodi avevano riscritto la storia e nel finale “il sogno della capretta era coronato dal trionfo di una società di libere capre sulla libera montagna”. E quella nuova storia l’avevano scritta su un giornalino che si chiamava “Insieme” e avevano davvero cambiato il loro modo di stare in classe, di relazionarsi, di guardare il mondo.

Parole che cambiano la realtà, invertono il senso della storia. È quello che prova continuatamente a fare la nostra Costituzione, a partire dal capoverso dell’art. 3, che impone alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano libertà e uguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona. La favola diventa principio di diritto. La Costituzione lo sa che non si nasce tutti liberi, lo sa che libertà è un processo, una liberazione.

Le parole della Costituzione sono dinamiche, sono volte al futuro, ci spingono a una battaglia politica e culturale profonda per non farle ingiallire negli scaffali delle biblioteche, per munire di nuovo il diritto di presa sulla realtà. Sono queste le parole di giustizia, vocaboli mobilitanti che ci ricordano, come ripete Massimo Cacciari, che la libertà non è solo una croce della filosofia, ma una questione delle esistenze e delle società, un problema di resistenza in un mondo che ora sembra “diserto/d’ogne vertute”.