Le democrazie alla prova del dissenso

Le democrazie occidentali – l’Italia tra le altre – attraversano una crisi profonda. Difficile dire se è una crisi che ne anticipa la fine o se è un passaggio contingente. Quel che è certo è che ne investe le fondamenta. Mai come ora i cittadini sono così distanti dalle istituzioni e disinteressati alle loro vicende. La partecipazione al voto crolla ovunque. In Italia vota ormai stabilmente meno del 50 per cento degli aventi diritto, sì che, anche sotto il profilo formale, la democrazia, definita e decantata come “governo dei più”, è ridotta a “governo dei meno”. Per di più, prevalgono ovunque sistemi elettorali maggioritari, che riducono massicciamente la rappresentanza, e – come dimostrano numerose indagini condotte negli Stati Uniti e in Europa – il protagonista delle elezioni è sempre meno il popolo e sempre più il denaro, al punto che, da alcuni decenni, nei regimi presidenziali si va affermando la regola – smentita da pochissime eccezioni – che a vincere le elezioni sono i candidati che hanno a disposizione il budget maggiore (si veda sul punto, già più di dieci anni fa, M. Revelli, Finale di partito, Einaudi, 2013, pp. 84 ss.).

A questa crisi di identità e di consenso i governi rispondono in misura crescente in modo autoreferenziale, reprimendo la protesta, la contestazione, il dissenso (si veda, da ultimo, anche con esempi pratici, Questo libro è illegale. Contiene parole che minano la sicurezza, a cura di Osservatorio repressione e Volere la Luna, Altreconomia, 2025). Così la distinzione tra democrazie e regimi autoritari ha smesso di avere come metro di riferimento l’esistenza di elezioni e si gioca sulla entità della repressione e sulle forme che essa assume. Mentre i sistemi democratico/liberali tendono a minimizzarla e a mantenere uno standard accettabile di garanzie per il suo esercizio, quelli autoritari la usano come strumento ordinario di governo, azzerando o riducendo al massimo i diritti di chi vi e sottoposto. Da tempo, del resto, esistono regimi che, pur prevedendo periodiche elezioni (più o meno libere), sono universalmente ritenuti illiberali perché caratterizzati da una repressione indiscriminata del dissenso e/o delle minoranze: l’Iran degli ayatollah, la Russia di Putin, la Turchia di Erdogan, l’Egitto di Al Sisi (e anche, seppur nel silenzio dell’Occidente, l’Israele di Netanyahu, non solo oggi ma da decenni caratterizzata da un sistematico e violento apartheid nei confronti della popolazione palestinese) etc. Non è la situazione ordinaria dei paesi occidentali, ma le differenze si stanno attenuando. L’ultima cartina di tornasole è la guerra, a cui l’Occidente partecipa, in modo diretto o indiretto, in Palestina e in Ucraina. I movimenti pro Palestina vengono criminalizzati e considerati al rango di organizzazioni terroristiche negli Stati Uniti, in Germania, nel Regno Unito e in Olanda e la messa in discussione della narrazione ufficiale del conflitto tra Russia e Ucraina è ovunque oggetto di censure che raggiungono, talora, punte di involontario grottesco.

È in questo quadro che, nelle ultime settimane, si sono verificate, nel nostro Paese, tre vicende indicative e allarmanti a cui sarebbe opportuno prestare ben altra attenzione di quella intervenuta.

La prima vicenda è il decreto di espulsione emesso dal ministro dell’interno nei confronti di Mohamed Shahin, imam della moschea di San Salvario, in Italia dal 2004 con un permesso di soggiorno di lungo periodo, incensurato, protagonista del dialogo interreligioso nel capoluogo piemontese, partecipe attivo della vita politica della città, autore della traduzione in arabo della Costituzione, già docente di Lingua Araba alla Scuola di Applicazione dell’Esercito di Torino. Shahin ha ricevuto il provvedimento di espulsione, con contestuale revoca del permesso di soggiorno e trasferimento nel CPR di Caltanissetta, per avere partecipato a una manifestazione con blocco stradale contro il genocidio in Palestina e per avere, in un analogo contesto, svolto un intervento nel quale la dichiarazione di non essere favorevole alla violenza si accompagnava all’affermazione che “quanto successo il 7 ottobre” non è un atto di terrorismo ma di resistenza (almeno stando a una trascrizione dell’intervento in verità assai confusa e caratterizzata da evidenti errori). Come ciò possa ledere la sicurezza dello Stato (anche nella interpretazione giustificazionista della frase pronunciata, peraltro contestata dall’interessato) è davvero difficile dire, mentre è evidente la finalità dell’espulsione di indebolire e criminalizzare il movimento di solidarietà al popolo palestinese. Eppure, in una  democrazia le idee si confrontano, si discutono e, se del caso, si contestano ma non possono essere il presupposto per interventi repressivi di qualunque natura. Di più, la libertà di espressione del pensiero, ieri come oggi, serve – come scriveva Domenico Pulitanò in uno dei primi numeri di Qualegiustizia –«a rendere libero l’eretico, l’anticonformista, il radicale minoritario: tutti coloro che, quando la maggioranza era liberissima di pregare Iddio e osannare il Re, andavano sul rogo o in prigione tra l’indifferenza o il compiacimento dei più». Oggi l’esecuzione del provvedimento di espulsione è sospeso a seguito di ricorso dell’interessato ma resta il rischio di una prossima esecuzione. E ciò mentre disegni di legge di diversa provenienza (da un lato il sen. Gasparri, dall’altro il sen, Del Rio e altri) prevedono l’adozione, a tutti gli effetti, della controversa definizione operativa di antisemitismo approvata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto e, in alcuni casi, si spingono a introdurre la criminalizzazione delle “manifestazioni di antisionismo” e della “negazione del diritto all’esistenza dello Stato di Israele”.

La seconda vicenda è lo “sgombero” del centro sociale Askatasuna, principale realtà antagonista torinese, in primo piano nelle manifestazioni no Tav e pro Palestina,  realizzato dalla questura con un provvedimento di dubbia legittimità e con il plauso delle destre, dei giornali cittadini, di gran parte dei sindacati di polizia e di magistrati in pensione sempre in primo piano in ogni battaglia di retroguardia, all’evidente fine di interrompere il progetto di legalizzazione in atto, che vedeva coinvolti, in un iter complicato ma positivo, cittadini, antichi occupanti e il Comune di Torino. L’irruzione nei locali del centro (ormai dismesso, quantomeno nella sua parte “operativa”) e il sigillo degli accessi è stata motivata dalla presenza nei piani superiori dello stabile di sei attivisti e due gatti (sic!), circostanza rilevante nelle dinamiche interne al progetto di riqualificazione ma evidentemente priva di qualunque rilievo sotto il profilo dell’attentato all’ordine pubblico. L’esito è una città blindata e militarizzata, percorsa da manifestazioni e tensione crescente. Il problema non era e non è, ovviamente, lo sgombero di un edificio già dismesso ma un’opzione politica riassumibile in alcune domande: come si governano le città? con l’esercito come negli Stati Uniti di Trump o con le politiche fino ad oggi seguite dall’amministrazione cittadina? con le ruspe o con il dialogo? con l’espulsione (tentata) di diversi, marginali, ribelli, migranti o con un confronto diretto, ostinatamente, ad assorbire conflitti e scontri e a promuovere inclusione e integrazione? Anche qui il rischio è di un conflitto permanente all’esito del quale c’è la situazione descritta nelle pagine finali del romanzo del premio Nobel per la letteratura J. M. Coetzee Aspettando i barbari: «Quei poveri prigionieri che ha trascinato qui […] sono loro il nemico che devo temere? È questo che mi sta dicendo? Lei è il nemico, colonnello. Lei ha cominciato la guerra, lei ha dato loro tutti i martiri di cui avevano bisogno. E non ha cominciato oggi ma un anno fa, quando ha compiuto le sue prime sporche atrocità!».

La terza vicenda è il procedimento penale aperto a Genova, con l’applicazione della misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di Hannoun Mohammad Mahmoud Ahmad, responsabile dell’Associazione benefica di Solidarietà col Popolo Palestinese, e di altri otto attivisti, “per avere finanziato l’associazione terroristica Hamas […] contribuendo all’attività dell’organizzazione terroristica, sia nella componente civile che in quella militare, anche provvedendo al sostentamento dei famigliari di persone coinvolte in attentati terroristici o di detenuti per reati terroristici, così rafforzando l’intento di un numero indeterminato di componenti di Hamas di aderire alla strategia terroristica e al programma criminoso del gruppo”. Il finanziamento sarebbe avvenuto – secondo il capo di imputazione – attraverso una rete di organizzazioni aventi sede in Italia e in Turchia e avendo come beneficiarie “associazioni con sede in Gaza, nei Territori Palestinesi o in Israele, dichiarate illegali dallo Stato di Israele, perché appartenenti, controllate o comunque collegate ad Hamas”, per un importo complessivo, dal 18 ottobre 2001 ad oggi, di poco più di 7 milioni di euro. A prescindere da alcune circostanze a dir poco inverosimili, come il finanziamento del terrorismo internazionale con la somma di  300mila euro all’anno (sic!) e da eventuali responsabilità individuali per fatti specifici, colpiscono nella vicenda due cose: la disinvolta e unilaterale ricostruzione storica delle vicende israelo-palestinesi operata dal giudice e l’esplicita ammissione che la natura “terroristica” delle associazioni beneficiarie dei finanziamenti è attestata da fonti politiche e militari israeliane (cioè da soggetti qualificati come terroristi e responsabili di genocidio dai massimi organi della giustizia internazionale e che hanno ostinatamente negato – e tuttora negano – i bombardamenti di ospedali e scuole a Gaza e che definiscono terroriste le articolazioni delle Nazioni Unite e le maggiori ONG – a cominciare da Medici Senza Frontiere – operanti in terra palestinese). Il risultato è chele stesse condotte ritenute lecite dalla stessa magistratura genovese nel 2006 e nel 2010 diventano oggi penalmente rilevanti. A cambiare, in altri termini, non sono le condotte degli imputati ma le valutazioni dei giudici, in forza – questo il fatto rilevante ai fini che qui interessano – di ricostruzioni politiche unilaterali e di “prove” fornite da una delle parti in causa.

Vicende diverse ed eterogenee ma concorrenti, tutte, ad avvalorare il quadro di una involuzione del nostro sistema nel senso della criminalizzazione del dissenso e della costruzione di un “nemico islamico” fonte di un pericolo incombente tale da giustificare l’abbattimento di alcuni dei fondamenti dello Stato di diritto.